Cultura

Boia, patiboli e condannati a morte: la Roma “misericordiosa” dello Stato Pontificio con i suoi luoghi e personaggi fra storia e mito

IL BOIA DI ROMA

Se chiedete a un romano quali siano stati i boia di Roma, questi vi guarderà stupito e poi risponderà: “Beh de sinnaci ce ne avemio avuti un botto… “ (“Beh di sindaci ne abbiamo avuti molti…”). Il romano è sempre polemicamente caustico nelle sue risposte. Continuate ad incalzarlo chiedendogli chi fosse stato il vero boia di Roma, vi risponderà: Mastro Titta.

Passeggiando nei dintorni di Castel Sant’Angelo, tutte le mattine alle prime luci dell’alba è possibile incontrare il suo fantasma. Vaga avvolto in un manto scarlatto e se vi offre del tabacco rifiutate gentilmente. Giovanni Battista Bugatti, in arte “Mastro Titta”, dal 1796 al 1864 portò a termine ben 516 esecuzioni. Era il boia dello Stato Pontificio per cui la sua attività si estendeva anche alla provincia capitolina. Dirò di più, era reclamato quale esecutore di sentenze capitali anche in altri stati per cui lavorava anche in trasferta.

MASTRO TITTA

Mastro Titta era originario delle Marche, così come lo era sia Il capo della polizia pontificia, il colonnello Filippo Nardoni (ex forzato, tra l’altro) che tutti gli esattori delle tasse papaline. Sembrerebbe che per colpa di questa curiosa coincidenza di origini a Roma nacque il detto: “è meglio un morto in casa che un marchiciano fori dalla porta”

La casa di Mastro Titta

Tornando al Nostro, il suo lavoro ufficiale era quello di ombrellaio. Quale nesso ci fosse tra il riparare ombrelli o suppliziare la gente solo lui lo sapeva.

Bugatti non era molto amato dal popolo”. Fu costretto a vivere, isolato, all’interno della cinta vaticana, sulla riva destra del Tevere in vicolo del Campanile al civico 2. Gli era vietato recarsi al centro della Capitale. Unica eccezione il caso in cui la sua attività professionale lo costringesse a recarsi in città. Quando il popolino lo vedeva attraversare il Tevere avvertiva gli altri con un triste passaparola:  “Mastro Titta passa ponte!”. Stava a significare una imminente esecuzione.

A Roma esiste ancora una vecchia filastrocca che i bambini usavano all’epoca per fare la conta. Recita:
Taja, taja mastro Titta,
‘na pagnotta e ‘na sarciccia,
una a te, una a me,
una a mammeta che so’ tre…
.”

GIOVANE PRODIGIO

La sua carriera quale esecutore di sentenze capitali ebbe inizio nel marzo del 1796, all’età di 17 anni. Il boia racconta nelle memorie la prima esecuzione: quella di un certo Nicola Gentilucci, il quale, in preda della gelosia, aveva ucciso un prete e il suo cocchiere. Ed ecco la narrazione del fatto descritta con le sue parole.

Con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle, strangolandolo perfettamente e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette. La folla restò ammirata dal contegno severo, coraggioso e forte di Nicola Gentilucci, non meno che della veramente straordinaria destrezza con cui avevo compiuto quella prima esecuzione.

Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d’una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con un accetta gli spaccai il petto e l’addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo, dando prova così di un sangue freddo veramente eccezionale e quale si richiedeva a un esecutore, perché le sue giustizie riuscissero per davvero esemplari. Avevo allora diciassette anni compiti, e l’animo mio non provò emozione alcuna. Ho sempre creduto che chi pecca deve espiare”.

LA PROFESSIONALITÀ

Il mantello di Mastro Titta

Fare il boia a quei tempi non era cosa facile: bisognava agire con professionalità durante il servizio per cui non dovevano essere aggiunte inutili sofferenze ai suppliziati ed evitare di spargere più sangue del dovuto. Violare queste regole poteva “turbare” il popolo che, offeso dalla insensibilità del carnefice lo avrebbe anche potuto linciare!

Mastro Titta, però, era un serio e convinto professionista tanto che teneva nota, in un taccuino, di tutte le sue prestazioni d’opera. Prima di eseguire una sentenza, seguiva una sorta di rituale: si confessava e si comunicava, poi indossava la divisa che consisteva in un mantello rosso.

Compiute queste incombenze si recava nel luogo del supplizio. Ho fatto cenno, precedentemente alla sua abitudine di offrire del tabacco. Molto spesso pare ne offrisse una presa ai condannati prima di decapitarli. Per coloro i quali ne fossero interessati, il Museo Criminologico di Roma espone in una teca quel mantello scarlatto e gli utensili usati durante il suo ufficio. 

LA PAGA

Naturalmente come ogni impiegato dello Stato Pontificio percepiva uno stipendio. Il suo era di 15 scudi, oltre l’alloggio e un ulteriore sussidio mensile di 5 scudi, che divennero, successivamente, 20 come gratifica per Natale, Pasqua e Ferragosto. Una curiosità: ad ogni esecuzione era compensato con un “papetto” cioè tre centesimi di lira romana. Andò in quiescenza  con una pensione mensile di 30 scudi.

Non è noto dove sia la sua tomba, d’altro canto i boia non potevano essere sepolti in terra consacrata: dovevano essere sepolti sotto un campanile, magari vicino alla chiesa ma non su terra benedetta.

IL SUCCESSORE

Divenuto vecchio, gli subentrò nella carica Vincenzo Balducci, suo aiutante dal 1850. che prosegui la cruenta missione di giustizia fino al 9 luglio 1870.

UNA PASSEGGIATA ALTERNATIVA

Visitando la Città Eterna e volendo fare una passeggiata alternativa sebbene un tantino macabra, il mio consiglio è quello di visitare i luoghi dove il boia dava mano alla sua opera.

Al tempo di Mastro Titta, ma anche precedentemente, assistere a una decapitazione era, per il popolo, un evento da non perdere, quasi come andare a teatro o al cinema ai giorni nostri. Per questo motivo le esecuzioni avvenivano coram populo in determinate piazza dell’Urbe ma vediamo quali.

PIAZZA DI PONTE SANT’ANGELO

Il luogo era posto alla confluenza del tridente cioè di tre vie: via di Panico, via del Banco di Santo Spirito e via Paola e vicina a quel ponte che conduceva, per eccellenza, a San Pietro. La piazza, pertanto era sempre affollata e brulicante di gente, il luogo ideale per la Roma papalina ove dar luogo le esecuzioni capitali, quelle esemplari, che coinvolgevano l’intera città.

Oggi la piazza non sembra nemmeno più tale: è rimpicciolita per via dello spazio usato per la costruzione dei muraglioni di contenimento del Tevere, è sempre bella anche se memore di tante atrocità.

PIAZZA DEL POPOLO

Nell’Anno del Signore- il patibolo, sullo sfondo Porta del Popolo

Per chi avesse voglia di fare una bella passeggiata partendo da Piazza Venezia e percorrendo via del Corso arriverà a Piazza del Popolo. Qui potrà ristorarsi con l’acqua della fontana posta al centro della piazza che pare essere avvolta, come in un caldo abbraccio, dai muraglioni opera del Valadier. Spalle alla fontana, davanti, lo spettacolo delle due chiese gemelle (una è più tristemente nota come “chiesa degli artisti” dove si sono svolti i funerali dei più importanti personaggi dello spettacolo italiano). Dietro di noi uno slargo che ha come sfondo Porta del Popolo. Proprio lì, veniva eretto il patibolo.

La piazza fu adibita al triste scopo per lo più nel XIX secolo  e Mastro Titta ne fu, come dire… la star indiscussa. La notorietà cinematografica del luogo è legata alla decapitazione dei due carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari avvenuta il 23 novembre 1825. La vicenda fu narrata dal grande regista romano Luigi Magni nel film “Nell’anno del Signore” e la piazza stessa fu il set delle riprese.  A ricordo dell’accaduto (non del film), una lapide collocata nel 1909 ricorda la sorte dei due cospiratori. L’accusa fu di tentato omicidio nei confronti di un membro della loro associazione segreta sospettato di tradimento. Giustiziati, furono sepolti presso il Muro Torto nel cimitero sconsacrato riservato agli impenitenti, ai suicidi, ai criminali e alle prostitute.

TRE PIAZZE MA INFINE UNA SOLA

Tre le piazze maggiormente usate per le esecuzioni, in realtà erano talmente contigue da sembrar essere una sola: Piazza del Velabro, Piazza Bocca della Verità, Via dei Cerchi al Circo Massimo.

Piazza del Velabro

Piazza del Velabro/Bocca della Verità. Castel Sant’Angelo non è più visibile

Una delle più famose scene del film “Il Marchese del Grillo” di Mario Monicelli si svolge in Piazza del Velabro dove Don Bastiano, il sacerdote brigante, è giustiziato. Per la verità il posto non esiste più in quanto divenuto successivamente Piazza Bocca della Verità.

Piazza Bocca della Verità

Se siete a Piazza Venezia, fate dietro front e percorsa via Petroselli potete andare ad infilare la mano nella vorace Bocca della Verità nell’ingresso della chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Di fronte alla chiesa il Tempio di Vesta, ma soprattutto, nella piazza adiacente furono giustiziati un gran numero di patrioti italiani in quanto le esecuzioni erano ritenute dal governo pontificio come ottimo deterrente per ristabilire l’ordine pubblico.

Via dei Cerchi al Circo Massimo

A due passi da Santa Maria in Cosmedin ecco l’altro luogo di supplizio. All’epoca, in quel posto, non avevano luogo manifestazioni canore ma si mozzavano teste. Ricordate il film (sempre di Luigi Magni) “In nome del Papa Re”? Ebbene il lungometraggio ricorda la fine che, il 24 novembre 1868 fecero i due rivoluzionari Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti accusati e ghigliottinati proprio lì per aver compiuto il 22 ottobre 1867 un attentato contro la caserma Serristori sede degli zuavi pontifici. A loro memoria un monumento funerario situato nell’area del Pincetto Vecchio del Cimitero Monumentale del Verano.

CAMPO DE’ FIORI

Stampa di Campo de’ Fiori come era

Altro luogo romano designato ad ospitare torture e condanne capitali è Campo de’ Fiori. La piazza è uno dei punti più pittoreschi della città che, però, era anche luogo di esecuzioni e supplizi. Giordano Bruno non fu il solo ad esservi giustiziato. La piazza fu  soprattutto luogo di condanne al rogo degli eretici. Una curiosità: sul posto si ergeva un palo dotato di una carrucola. Era  il “Supplicio di malviventi, e trasgresori delle leggi”, strumento di tortura conosciuto come “tormento della corda”. Questo ammennicolo era installato in pianta stabile sulla piazza come fosse un qualsiasi elemento di arredo urbano.

Come vedete Roma presenta sempre sorprese, nel bene o nel male, ma soprattutto è un libro di storia a cielo aperto ricco di fatti, pettegolezzi e curiosità in ogni suo angolo. Un saluto

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