Politica

Nuovo stop del centrodestra al salario minimo. Le opposizioni insorgono

ROMA – Il centrodestra ‘stoppa’ per la seconda volta la proposta di legge delle opposizioni sul salario minimo. Tornato in Aula dopo la pausa di due mesi voluta dalla maggioranza, il testo sottoscritto da Pd, M5s, Azione, Piu’ Europa e Avs e che prevede una retribuzione minima oraria di 9 euro disposta per legge, subisce una nuova frenata: con 21 voti di scarto il centrodestra lo rinvia in commissione Lavoro.

La motivazione, spiegata in Aula dallo stesso presidente della commissione, il deputato di FdI Walter Rizzetto, è legata al lavoro svolto dal Cnel, a cui la premier Giorgia Meloni aveva affidato il compito di svolgere un approfondimento sulla materia. L’organismo costituzionale, guidato da Renato Brunetta, pochi giorni fa ha approvato un documento a maggioranza in cui, in sostanza, si ritiene inutile un salario minimo fissato per legge, sostenendo che la strada da percorrere sia quella della contrattazione collettiva.

Dunque, per il centrodestra è necessario un ritorno in commissione per ulteriori approfondimenti. L’opposizione, ben consapevole di poter vincere la battaglia a suon di numeri in Aula, insorge e accusa maggioranza e governo di “vigliaccheria”, di “voltare le spalle a oltre tre milioni di italiani”, di “non avere il coraggio di metterci la faccia”.

Pd, M5s, Avs, Azione e Più Europa avvertono Meloni: “La battaglia non si ferma qui, andremo avanti percorrendo tutte le strade possibili”, forti di oltre 500mila firme raccolte durante l’estate dopo il lancio della petizione sul salario minimo.

E, come prima mossa, le opposizioni abbandonano i lavori della commissione Lavoro, dove appunto e’ stata rinviata la loro proposta di legge, dopo “non aver ricevuto alcuna risposta” alla richiesta di ricalendarizzare subito il testo. Il presidente Rizzetto replica a stretto giro: “Ancora una volta ci troviamo di fronte a una opposizione che non guarda al merito, ma e’ solo attenta a come scrivere i post sui social”.

L’esponente di FdI annuncia quindi che i lavori ripartiranno proprio dal Cnel, chiamato nuovamente in audizione per illustrare il contenuto del documento approvato. Ma le opposizioni non ci stanno: il rinvio in commissione, è il leitmotiv delle varie dichiarazioni, è solo una scusa per “affossare” definitivamente il salario minimo e per evitare un voto contrario in Aula, che “avrebbe inchiodato governo e maggioranza alle loro responsabilità”.

Le forze di minoranza invitano inoltre a non tralasciare la questione numeri in Aula: il rinvio in commissione è stato approvato con “soli 21 voti di scarto”, osserva il capogruppo di Avs in commissione Franco Mari, “e’ certo che si tratta di un segnale politico. Il centrodestra è in sofferenza”, scandisce. E sempre dalle opposizioni si fa notare che le “maggiori assenze si sono registrate tra i banchi di Forza Italia (in tutto 14) e della Lega (12)”.

Il capogruppo di FdI, Tommaso Foti, interpellato in merito, respinge categoricamente questa lettura: “Nessun segnale politico“, ma solo assenze fisiologiche. Del resto, spiega, “se andate a vedere la media delle altre votazioni, sono i numeri di sempre, non mi pare ci siano differenze”. E alle insinuazioni delle opposizioni sul malessere delle altre forze di maggioranza, Foti replica: “Io curo i miei deputati, ed erano tutti presenti”.

Impossibile fare un calcolo ufficiale di assenze e presenze non essendo una votazione che prevede la registrazione, quindi niente tabulati. Ma, numeri a parte, è in Aula che si consuma lo scontro piu’ duro: il rinvio in commissione, tuona la segretaria dem Elly Schlein, “è un modo di buttare la palla in tribuna per la presidente Meloni, per non trovarsi nell’imbarazzo di dover dire no al salario minimo”.

“Non avete sulla vostra pelle nessun senso di vergogna”, la “vostra scelta è pavida oltre che cinica”, insiste. E ancora: il rinvio “è la cronaca di una fuga annunciata. Quello che stiamo votando è un colpo a 3,5 milioni di lavoratori poveri e poverissimi. Per il governo 3,5 milioni di lavoratori non contano nulla”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il leader M5s Giuseppe Conte: governo e maggioranza “si nascondono senza metterci la faccia, fuggono dal voto compiendo un delitto perfetto contro una misura di civilta’, la rispedite in commissione per farla morire lì”. Ma, garantisce Conte, alla premier “Meloni”, che dimostra “vigliaccheria, noi non daremo tregua”. Carlo Calenda parla di “errore drammatico”, quella compiuta da Meloni è “una scelta miope e ingiusta”, è l’accusa del leader di Azione.

“Date uno schiaffo in faccia a milioni di lavoratori”, aggiunge Nicola Fratoianni, e Angelo Bonelli promette: “La nostra battaglia sarà implacabile”.

Riccardo Magi avverte: “Potete anche rimandare in commissione la proposta di legge sul salario minimo e con la forza dei numeri evitare il voto, ma nel Paese avete già perso”.

Difende la scelta della maggioranza il capo politico di Noi moderati: “Il rinvio in commissione non è lavarsene le mani”, assicura Maurizio Lupi. 

AGI

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