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Satiriche, ironiche, irriguardose: sono le “Statue Parlanti” di Roma che vi accompagnano a conoscere la Città Eterna e tutti i suoi… difetti!

Un romano non tace mai, soprattutto se deve criticare. D’altro canto se nell’Urbe parlano le statue come si fa a star zitti? Ecco qua una piccola passeggiata tra le statue più chiacchierone, origliando quel che hanno da dire. Dimenticavo, ma chi sono?

Molti conoscono una delle voci più irridenti di Roma passata alla storia: quella di Pasquino ma ce ne sono altre cinque: Madama Lucrezia, Marforio, il Babuino, il Facchino, l’Abate Luigi. Tutte e sei fanno parte della così detta “congrega degli arguti

Nell’Urbe rappresentano l’ espressione di quell’anima romana, sempre pronta alla satira e irriverente nei confronti del potere e delle sue ostentazioni. La loro tradizione ebbe origine nel periodo pontificio quando il popolo iniziò a palesare il suo pensiero appendendo cartelli con scritte satiriche al collo di queste sculture.

FACCIAMO UNA PASSEGGIATA

Fare un tour alla alla loro ricerca, non solo seda la curiosità di chi vuol saperne di più sulla Capitale ma è anche un utile mezzo per visitarla, perché la presenza di queste particolari sculture punteggia le parti più belle della città Eterna.

Scovare dove Madama Lucrezia fa bella mostra di sè significa vedere il Campidoglio, la basilica di Santa Maria in Aracoeli, piazza Venezia e il palazzo col balcone dal quale il calvo, mascelluto, dittatore, pugni sui fianchi, esortava una gremita piazza di persone in gramaglie ad affrontare felici una guerra che li avrebbe catapultati dall’avere niente al possedere nulla. Persino la madre di Napoleone è ricordata da un balcone d’angolo, coperto in legno,  che si affaccia sulla Piazza. Nascosta dietro le grate la vecchia signora sbirciava l’andirivieni dei passanti.

La ricerca del Babuino, ad esempio, ci conduce per via del Corso attraverso piazza di Spagna, la scalinata di Trinità dei Monti sfociando nell’abbraccio realizzato dal Valadier di piazza del Popolo. Se è vero che qui si ergeva tristemente uno dei più importanti patiboli della Roma papalina ed era il ferale luogo che ospitava la tomba di Nerone, il cuore si allarga alla vista delle due chiese gemelle (una è quella degli artisti) che aprono i cancelli, quasi immensi portinai, ai visitatori verso le strade che conducono alle parti più storiche della città.

Andare a trovare Pasquino, invece, significa passeggiare per le vie che conducono non solo a San Pietro e a Castel Sant’Angelo, immergendosi nelle vestigia della città del Papa Re ma anche visitare Piazza Navona, ammirare la meravigliosa Fontana dei Fiumi che fronteggia la chiesa di Sant’Agnese in Agone, insomma godere delle opere di due geni messi a confronto l’uno difronte all’altro: Bernini e Borromini.

INIZIAMO DA MADAMA LUCREZIA

Per vederla ci rechiamo a Piazza Venezia dove di cose da guardare ce ne sono: dal palazzo di storica memoria all’altare della Patria, dal “Bambinello dell’Aracoeli” a Piazza del Campidoglio ove torreggiano i dioscuri a capo della scalinata e in cima, la statua (fasulla) di Marco Aurelio. Vale la pena ricordare che Michelangelo disegnò questa piazza e i palazzi che pose come una quinta sono quello dei conservatori e dei musei capitolini. A cercarla, dietro, c’è pure la Rupe Tarpea ma non vi sporgete troppo!

La statua è alta circa tre metri ed è un colossale busto in marmo di epoca romana posto tra Palazzo Venezia e Piazza San Marco. Secondo alcuni raffigura Faustina, la moglie dell’imperatore Antonino Pio, altri dicono sia la dea Iside (o una sua sacerdotessa). Il nome, stando alla tradizione, deriva, da Lucrezia d’Alagno. La donna era, la favorita del Re di Napoli Alfonso V d’Aragona dopo la morte del quale, siccome era antipatica al nuovo successore, si vide costretta ad abbandonare la corte aragonese “migrando” a Roma. Qui, visse tra gli agi finchè non esalò l’ultimo respiro.

LA TRADIZIONE

Tradizione romana vuole che durante la festa di San Giuseppe “frittellaro”, il 19 marzo, i giovanotti ponessero corone fatte con questi dolci attorno al collo della Madama chiedendole il permesso di ballare con l’amata e siccome chi tace acconsente… . Il primo maggio, davanti al busto ornato con nastrini, collane di aglio e peperoncini aveva luogo il “ballo dei guitti”, che aveva per protagonisti storpi, sbandati e vecchi decrepiti i quali si gettavano nelle danze insieme al popolino.

Madama Lucrezia fu una delle voci che, con salacia e arguzia non sempre riverente, colpiva le politiche del governo e gli usi dei personaggi pubblici più in vista della Roma papale, pontefici compresi. Quando, durante la Repubblica Romana del 1799, la statua cadde dal suo piedistallo, all’indomani dell’accaduto, sulle sue spalle comparve la scritta “Non ne posso veder più”, alludendo al malcontento generale.

LA STATUA DI MARFORIO (Spalla di Pasquino)

Se volete fare una visita a Marforio non dovete andare molto lontano da Madama Lucrezia. Attraversate la strada verso il Campidoglio. Giunti ai piedi della scalinata gambe in spalla e raggiungete sulla sua cima la piazza; entrate nei Musei Capitolini: là vi troverete Marforio. È una delle celebri sei statue parlanti di Roma. Una grande scultura di marmo di epoca romana, raffigura probabilmente il dio Nettuno. Dal Cinquecento in poi cambiò posizione più volte. Prima in piazza San Marco, poi sulla piazza del Campidoglio. Oggi è ospitata nei Musei Capitolini, per la precisione dentro al cortile del Palazzo Nuovo e non interloquisce più con Pasquino del quale era considerata “spalla”. Le due statue, infatti, dialogavano tra loro e si rispondevano a tono con pungenti battute.

Un esempio? All’elezione del cardinale Felice Peretti, di umili origini contadine, papa col nome di Sisto V, sua sorella Camilla cominciò ad assumere arie da gran signora. Marforio domandò:
 “Ahimé Pasquino, perché sei così sporco? Hai la camicia nera come quella di un carbonaro”.
Pasquino di rimando: “Che vuoi farci? La mia lavandaia è stata fatta principessa!
Sotto l’occupazione francese Napoleone cominciò a razziare i tesori d’arte di Roma, Marforio interrogò come al solito il compagno:”È vero che i Francesi sono tutti ladri?” Risponde Pasquino: “Tutti no, ma Bona Parte”.

LA FONTANA DEL FACCHINO

Diceva Theodor Sprenger nel 1600: “Pasquino ha due concorrenti, uno il Facchino di Via Lata, l’altro il Marforio sul Campidoglio. Pasquino è destinato ai nobili, Marforio ai cittadini, il Facchino alla plebe” Andiamo a vedere di cosa si tratta:

Lasciamo Marforio e Madama Lucrezia. Davanti a noi la fettuccia di via del Corso da percorrere, badate bene, sul lato sinistro direzione Piazza del Popolo. Durante il cammino (bisogna farci caso) incrociamo una viuzza dall’accesso chiuso alle vetture: Via Lata. Infilata in un muro una piccola statua di marmo che risale alla fine del sedicesimo secolo. Il Vanvitelli (e chi osa contraddirlo?) affermò che fosse opera di Michelangelo. Gli studiosi ci dicono, invece che, più probabilmente, la disegnò il pittore Jacopino del Conte che era di casa proprio là.

CHI ERA RAFFIGURATO?

Rappresenterebbe un acquaiolo che versa il liquido vitale da una botticella. Tradizione vuole che il suo viso (secondo alcuni raffigurerebbe Martin Lutero) sia ridotto così male a causa delle sassate che i bambini, nel corso dei secoli, gli lanciavano per divertimento.  Pare, però, che si conosca il modello dell’opera. Un tempo sulla fontana c’era una epigrafe che ora non esiste più. Recitava: “Qui giace Abbondio Rizio, coronato sotto le pubbliche grondaie, facchino valentissimo nel legar fardelli. Portò quanto peso volle, visse quanto poté, però un giorno, mentre portava un barile in spalla, morì”. Tanto per completezza, l’immagine è anche attribuita a M. Antonio De Dominicis, un gesuita fatto imprigionare da Paolo V in Castel Sant’Angelo dove si avvelenò.

Perché un facchino? Coloro che sono bene informati spiegano che la scelta di rappresentare un acquaiolo era dovuta dalla presenza di numerose abitazioni e botteghe di facchini portatori d’acqua. Nelle ore notturne, costoro, per non pagare la tassa, riempivano botti e botticelle con l’acqua attinta dal Tevere o dalle tre bocche dell’antica fontana di Trevi. Durante il giorno, costoro, la distribuivano per le strade del quartiere che all’epoca, a causa della distruzione degli acquedotti da parte dei visigoti erano ancora “a secco”.

IL BABUINO, LA FONTANA DELLE “BABBUINATE”

Da Via del Corso, lasciamo il Facchino e  prendiamo a destra per via di Gesù e Maria che ci porta proprioi a via del Babuino. Quella che vado a proporvi, seppure ciarliera, non è una statua bensì una delle due fontane parlanti di Roma. La fontana è addossata alla facciata della Chiesa di Sant’Atanasio dei Greci. La scultura che sovrasta la vasca raffigura un uomo con la barba disteso su un fianco: un sileno che, presto, i romani soprannominarono “babbuino” a causa della sua bruttezza e in effetti non si può dar loro torto. Divenne presto anch’essa parte della Congrega degli Arguti.

PASQUINO

La statua parlante più famosa di Roma risiede in una piazzetta tutta sua che porta il suo nome e se siete andati a visitare Piazza Navona, il nostro chiacchierone lo troverete lì a due passi: andate in direzione dell’Ambasciata del Brasile, svoltate a destra e lui è lì.

È  una statua ellenista circa del III secolo a.C.. Rappresenterebbe  un guerriero greco, ma qualcuno dice che si tratta di Menelao che sorregge il corpo morente di Patroclo. Comunque, qualsiasi cosa essa rappresenti, grazie agli scavi dello Stadio di Domiziano del 1501 (l’attuale Piazza Navona), ce la godiamo ancora oggi. L’appellativo della statua, sembra derivi dal nome di un noto artigiano del rione Parione (un barbiere o un sarto o un calzolaio), famoso per la sua vena satirica. Nel film “Nell’anno del Signore” il compianto Luigi Magni lo attribuisce a un calzolaio (Cornacchia). Alcune fonti indicano diversamente le origini, ma io, storia o meno, preferisco la versione del calzolaio.

LE PASQUINATE

Le pasquinate, ossia i cartelli appesi nottetempo al collo delle statue parlanti, sbucarono in epoca papale, quali invettive, lazzi e versi nei confronti dei rappresentanti del potere temporale del papato. Bersaglio d’elezione erano i papi stessi al punto che più d’un pontefice tentò di rimuovere il povero Pasquino, salvo essere “dissuaso” dai consigli di chi conosceva bene il popolo romano e le sue possibili, incontrollabili, reazioni.

Immaginate che spina nel fianco doveva essere quella statua con i suoi epigrammi che spesso ferivano più d’una lama. Vi cito qualche breve pasquinata a scopo esplicativo:

GLI EPIGRAMMI CORROSIVI

“quod non fecerunt Barbari, Barbarini fecerunt”(ciò che non fecero i barbari, l’hanno fatto i Barberini ). Una delle pasquinate più celebri di Roma che ebbe come oggetto papa Urbano VIII (Maffeo Barberini) il quale, durante il suo pontificato, spogliò il Pantheon dei suoi bronzi per realizzare cannoni e ornare le colonne e il baldacchino dell’altare maggiore di San Pietro.

Papa Leone X Medici prometteva, invece, il Paradiso con la vendita delle indulgenze. Con il danaro ottenuto pagava i grandi progetti artistici di Roma e Firenze ed ecco che il nostro epigrammatico misterioso così s’esprime alla morte del Pontefice:
Gli ultimi istanti per Leon venuti,
 egli non poté avere i sacramenti.
Perdio, li avea venduti!”

Per la morte di Paolo III Farnese , accusato di “nepotismo”:

In questa tomba giace
un avvoltoio cupido e rapace.
Ei fu Paolo Farnese,
che mai nulla donò, che tutto prese.
Fate per lui orazione:
poveretto, morì d’indigestione
“.

MAGNI E PASQUINO

“Nell’Anno del signore”, il film, anch’esso di Luigi Magni gran cultore della Capitale, inizia con il capitano delle guardie svizzere che ordina il coprifuoco serale al cospetto del colonnello Nardoni, storico comandante della polizia pontificia di Roma. Nardoni si congratula con l’ufficiale per il figlio appena avuto (sembra da una relazione di sua moglie col Papa) ricevendone una risposta stizzita.  Questa piccola introduzione per spiegarvi la seguente pasquinata:

Vedendo il papa in soglio un forestiero
domandò: “è questo il Santo Padre, non è vero?”
ma il capitan dei svizzeri che udì
rispose: “Santo no, ma padre sì!”

I papi odiavano e temevano Pasquino tant’è che lo scorbutico Adriano VI unico pontefice olandese salito al soglio di Pietro, diede ordine di far gettare la statua nel Tevere. Morì precocemente, cosa che permise alla statua di rimanere saldamente al suo posto. In Santa Maria dell’Anima, chiesa della nazione tedesca (perché a Roma esistevano anche chiese edificate da nazioni o addirittura corporazioni), dove il pontefice ebbe riposo, comparvero questi versi:
“Papa Adriano è chiuso qui.
Fu un tristo: con tutti ebbe a che far, fuorché con Cristo.

IN TEMPI RECENTI

Manco il Führer si salvò quando venne a Roma. Il suo treno doveva arrivare alla stazione Ostiense costruita in travertino bianco, secondo lo stile “romano” dell’epoca. Lo scopo era quello di impressionare l’ospite germanico. Purtroppo per l’arrivo del crucco i lavori non erano ancora terminati e così pensarono di portarla a compimento usando tubi innocenti ricoperti di cartone, legno e stucco a simulare il travertino, pietra tipica della città di Roma. Anche allora Pasquino non tacque ed ecco il suo sferzante epigramma:

Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino
venuto da padrone!

L’ABATE LUIGI

Abbiamo salutato Pasquino? Ebbene ora andiamo dall’Abate Luigi, mica vogliamo fargli un simile torto… . Prendiamo Corso Vittorio Emanuele II in direzione della chiesa di Sant’Andrea della Valle.

l’Abate Luigi, risiede in piazza Vidoni, sul muro sinistro della chiesa e se volete andatela a visitare: è il lugo, nella Tosca, dove il pittore Cavaradossi dipingeva. Perchè si chamava Abate Luigi? Il soprannome lo ebbe probabilmente dal sacrestano della vicina chiesa del Sudario, il quale, secondo la tradizione popolare, era molto somigliante alla figura scolpita.

In realtà è una statua di marmo di epoca tardo-romana che raffigura un alto magistrato. La sua base riporta in una iscrizione la storia delle sue pasquinate: “Fui dell’Antica Roma un cittadino, ora Abate Luigi ognun mi chiama. Conquistai con Marforio e con Pasquino nelle satire urbane eterna fama. Ebbi offese, disgrazie e sepoltura, ma qui vita novella e alfin sicura”.

Purtroppo le disgrazie non finirono mai: la decapitarono più volte perché la madre degli imbecilli è sempre incinta. Oggi è ancora lì senza testa.

ALLA FINE…

I romani sono irriguardosi, ironici e sprezzanti, a volte cinici, spesso laconici e indolenti, ve lo dice un romano, quasi sentissero sulle loro spalle il peso e l’esperienza di oltre duemila anni di storia che li rende ormai rotti a tutte le esperienze. Questo è il carattere della città che sopporta, ma poi t’accoltella col suo tipico serramanico “a tre scrocchi” o col “Liccasapone”, il rasoio pieghevole da barbiere. In un sonetto del Belli il padre consiglia al figlio “bono assai è l’abbozzà, mejo er cortello” mentre nel verso di un altro sonetto, per massima incoerenza, un popolano afferma che per essere un buon cristiano si deve portare sempre in tasca il coltello arrotato e il rosario.

Forse per questo suo carattere popolare, ogni angolo di Roma racconta un episodio, un aneddoto, un fatto storico. Non credo che l’Urbe  sia da considerare superiore ad altre città, anzi come amministrazione ha quasi sempre dato il suo peggio, ma è bella perché “avariata”.

Un saluto

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